quinta-feira, 20 de março de 2014

Francisco propõe um evangelho sem censura

A percepção generalizada entre os católicos e não católicos é de que a revolução do papa argentino se move a partir de uma busca de autenticidade evangélica e fala à crise do nosso tempo com uma profundidade e uma intensidade que hoje são inatingíveis pelo "poder". Ao contrário, elas têm a ver com o "contrapoder", com um possível resgate do homem da "economia que mata" (expressão da Evangelii gaudium) ou do egoísmo que reduz a pessoa a indivíduo. Nem todos os comentários, porém, foram positivos. Levantaram-se críticas até mesmo de dentro da Igreja. Mas a própria manifestação, tão precoce e aguerrida, de uma oposição tradicionalista reforça a ideia de que nos encontramos em um ponto de viragem histórico. É concebível uma comunidade sem perdão, uma amizade sem gratuidade, uma fé sem caridade? O diálogo com o mundo contemporâneo, tão problemático para a Igreja no Ocidente, passa por aqui. Se há uma revolução do Papa Francisco, ela consiste acima de tudo em uma leitura do Evangelho sem mediações (sem glosas, como invocava o santo de Assis). A historicidade deste papado está em novamente chamar os cristãos – que já se tornaram minoria – à sua verdadeira origem.

Leia: As críticas reacionárias ao Papa Francisco

Fonte: Claudio Sardo, diretor do jornal L'Unità, em editorial de 18/03/2014. Traduzido e publicado, em português, por Notícias: IHU On-Line 20/03/2014.


O original, em italiano

Le critiche reazionarie a Papa Francesco - Claudio Sardo: L'Unità 18/03/2014

Tanto è stato scritto sul primo anno di pontificato di Francesco. E non certo perché la Chiesa, assediata dal mondo secolarizzato, abbia rimontato un solo centimetro del temporalismo perduto. Al contrario la percezione diffusa, tra i cattolici e non, è che la rivoluzione del Papa argentino muova da una ricerca di autenticità evangelica e parli alla crisi del nostro tempo con una profondità e un’intensità che sono oggi irraggiungibili dal «potere». Piuttosto hanno a che fare con il «contropotere», con un possibile riscatto dell’uomo dall’«economia che uccide» (espressione dell’Evangelii gaudium) o dall’egoismo che riduce la persona ad individuo.

Non tutti i commenti, però, sono stati positivi. Critiche si sono levate anche dall’interno della Chiesa. Ma la stessa manifestazione, così precoce e agguerrita, di un’opposizione tradizionalista rafforza l’idea che ci troviamo in un tornante storico. La contestazione reazionaria di matrice cattolica ha preso di mira in particolare l’impianto del Sinodo sulla famiglia. L’apertura, pur condizionata, del cardinale Kasper alla riammissione dei divorziati risposati ai sacramenti della penitenza e della comunione ha scatenato la più feroce ed emblematica delle polemiche. La purezza della dottrina è stata contrapposta all’impurità del perdono e della misericordia. La fede è stata separata dalla carità. La missione della Chiesa è stata recintata nella legge canonica e nella teologia, come se ad esse competesse il giudizio ultimo, il principio di verità. Il Sinodo sulla famiglia sarà un passaggio importante nel rapporto tra Chiesa e mondo. Non è un Concilio, non c’è un dogma in discussione. Ma per i tradizionalisti includere il vangelo della famiglia in un cammino di conversione che attraversa il nostro tempo e le sofferenze concrete delle persone è un rischio insopportabile. Vedono comunque il dogma incrinato. Non hanno fiducia nella presenza di Dio nella storia. E senza dogma non riconoscono la verità.

Non sono a confronto soltanto due idee di Chiesa. Dentro questa disputa ci sono diverse idee dell’uomo e della sua vocazione. «La dottrina è soggetta anche a uno sviluppo», ha detto Kasper suscitando scandalo. Prima del Vaticano II i divorziati erano scomunicati. Ora sono ammessi alla comunione spirituale. E una maggiore accoglienza domani potrebbe riavvicinare alla Chiesa tanti giovani, figli di coppie che si sono ricostruiti una famiglia, dopo il dolore e a volte senza colpa. Cosa fa muovere la dottrina? Non la resa allo spirito del tempo, che per i tradizionalisti è propaggine del demonio. L’epistola di Giacomo dice del demonio che anche lui crede e teme Dio, ma la differenza è che non sa amare. Il comandamento evangelico dell’amore, quello che riassume l’intera legge giudaica, può far muovere la dottrina. È concepibile una comunità senza perdono, un’amicizia senza gratuità, una fede senza carità? Il dialogo con il mondo contemporaneo, così problematico per la Chiesa in Occidente, passa da qui. Se c’è una rivoluzione di Papa Francesco, questa consiste anzitutto in una lettura del vangelo senza mediazioni (senza glosse, come invocava il santo di Assisi). La storicità di questo papato sta nel richiamare i cristiani – divenuti ormai minoranza – alla loro vera origine. Essere sale e lievito. Non giudice al posto di Dio. L’accusa di relativismo o di modernismo, rivolta al Papa, si ammanta di austerità ma è particolarmente banale.

Semmai c’è un relativismo cristiano con cui fare i conti. Un relativismo che ammette il limite umano. Non c’è legge che possa comprimere la libertà e la misericordia di Dio. La Chiesa e il Papa, per chi crede, sono posseduti dalla verità, ma non la possiedono per intero. La conoscenza della verità cresce nella relazione. Sono le sofferenze delle donne e degli uomini, le loro speranze, le loro cadute, il loro desiderio di giustizia a consentire ai credenti di progredire. In questo senso, è vero che l’azione pastorale di Francesco, alla fine, toccherà la teologia e la dottrina. Ma la conversione – compresa la riforma della Chiesa – sarà valida se coinvolgerà il popolo, se non riguarderà solo i chierici, se sarà capace di portare l’annuncio al mondo. Il kerygma cristiano (la notizia della Resurrezione) viene prima della morale cristiana. E di ogni clericalismo.

La teologia del popolo di Bergoglio non è una teologia politica. Una teologia politica, o forse solo un’ideologia, è quella dei conservatori che cercano nella dottrina cristiana un collante per la società capitalistica in crisi o una giustificazione estrema per il liberismo che ha aperto la strada al dominio del denaro. Ma tutto ciò sfugge definitivamente con Papa Francesco, che chiede ai cristiani di condividere le povertà. Certe critiche reazionarie al documento Kasper hanno più a che fare con la disperazione dei teocon che con la teologia morale. I tradizionalisti provano a contrapporre Ratzinger a Bergoglio. Ma non sanno spiegare le dimissioni di Benedetto XVI e la sua fiducia nella Chiesa.

Tutto ciò non lascia indifferente neppure il discorso laico, civile. Un cristianesimo che rivitalizza la radice evangelica è una risorsa di liberazione in questa società sempre più omologata. Non la sola risorsa. Ma una risorsa tanto più importante se affidata, nell’azione pubblica, alla piena responsabilità dei laici cristiani. Un’altra novità di Papa Francesco sta proprio nella rottura di molte mediazioni del passato. Nessuno può pretendere di parlare a nome della fede: chi vuole la può servire.

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