quarta-feira, 22 de dezembro de 2010

Natal

Dois antropólogos italianos falam sobre nossas festas de dezembro.

Marino Niola, da Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, Napoli, em artigo publicado no jornal La Repubblica em 20/12/2010.

E Augusto S. Cacopardo, da Università di Firenze, que publicou recentemente um livro sobre as festas de inverno no Hindu Kush, entre o Afeganistão e a Caxemira.

Natale nel Kashmir: ecco le origini pagane di Gesù Bambino
Per ritrovare l´origine del Natale bisogna andare sugli altipiani dell´Hindu Kush, tra Afghanistan e Kashmir. Dove vivono gli ultimi pagani. Sono i fieri Kalasha, gelosi custodi delle loro remotissime tradizioni indoeuropee. Questi uomini che sapevano d´antico già nel 330 avanti Cristo, quando Alessandro Magno li incontrò durante la sua marcia verso Jelalabad, ci rivelano le radici della nostra storia e della nostra religione. Il loro grandioso rito solstiziale d´inverno, dodici giorni che iniziano con la discesa del dio tra gli uomini e si concludono con l´inizio del nuovo anno, è infatti l´archeologia vivente della natività. A dirlo è l´antropologo Augusto Cacopardo in un libro appena uscito per l´editore Sellerio. Il titolo, più che eloquente, è Natale pagano (Sellerio, pp. 476, euro 20). Argomento è la millenaria gestazione di una festa che non sarebbe stata inventata dal cristianesimo ma comincia molto prima. In realtà sono stati in molti a sostenere che la madre di tutte le festività dell´Occidente nasce da antichi riti agrari e astronomici precristiani. Come quelli dell´Atene di Pericle, culla della democrazia occidentale, dove nell´ultima decade di dicembre si addobbava un albero sempreverde con coppe e otri in onore di Dioniso, il dio del vino che offre in pasto il suo corpo e il suo sangue. Mentre a Roma, sempre in dicembre, durante i Saturnali si ornavano le case con abeti e altri alberi perenni, simboli della vita che continua. Il tutto culminava nella festa di Mitra, il dio solare nato in una grotta e rappresentato come un bambino risplendente di luce. La sua nascita coincideva con il solstizio d´inverno, quando le giornate cominciano ad allungarsi e il sole ha il sopravvento sulle tenebre. Stessa cosa facevano i Celti dell´Europa del Nord che nello stesso periodo offrivano alle divinità della luce composizioni di vischio e rami di abete. Il libro di Cacopardo aggiunge a queste ipotesi storiche una prova vivente. I Kalasha, che hanno resistito a ogni tentativo di cristianizzazione e di islamizzazione, continuano infatti a professare una religione sorprendentemente simile a quella dell´antichità. Questi montanari variopinti che Fosco Maraini trovava più antichi che esotici, appaiono come l´eco presente di un tempo lontanissimo, il riverbero di un passato remoto miracolosamente conservato in una bolla della storia. Sospesa a duemila metri sulle alture rarefatte di Birir, a due passi dai teatri di guerra dell´Afghanistan. Questi portatori sani di un´origine altrove scomparsa ci fanno toccare con mano lo spirito della religione prima dell´arrivo dei monoteismi. E soprattutto ritrovare il politeismo degli antichi popoli indoeuropei, spesso ancora presente sotto traccia nel nostro folklore. E perfino nelle nostre grandi solennità religiose. La grandiosa festa del solstizio d´inverno, che i Kalasha chiamano Chaumos, è a tutti gli effetti un natale prima del Natale. È la matrice ideale della nostra notte incantata. Con il dio luminoso Indr - parente stretto di Indro, nome locale dell´arcobaleno, nonché di Indra, signore della folgore nel pantheon induista - che discende a visitare gli uomini nel periodo più buio dell´anno e dispensa loro la sua energia come un dono benefico. Se si aggiungono i rami di vischio, le abbuffate rituali di lenticchie di montagna, la notte di vigilia in attesa dell´avvento del dio, i doni ai bambini e i fuochi che rischiarano la notte innevata, gli ingredienti del nostro Natale ci sono tutti. A parte "Jingle Bells". Ma non è poi così grave. Non sarebbe Gesù bambino a fare il Natale, dunque, ma il natale a fare Gesù bambino. Sembra questo il messaggio degli ultimi pagani. Che pare fatto apposta per dar ragione a Sant´Agostino il quale diffidava i cristiani dal celebrare il sole a dicembre perché era roba da idolatri. O a quei sacerdoti francesi che, alla fine degli anni Cinquanta, bruciarono il fantoccio di Babbo Natale sul sagrato della cattedrale di Digione considerandolo un simbolo perverso di paganesimo e al tempo stesso di consumismo. Che sono, a pensarci bene, il prima e il dopo della modernità. Due estremi della storia mescolati insieme. A conclusione di un cammino millenario di cui gli ultimi pagani continuano ancora oggi a celebrare l´inizio.

Este texto pode ser lido em português em Notícias: IHU On-Line, de 22/12/2010.

O livro citado no texto acima é:

CACOPARDO, A. Natale Pagano: Feste d'inverno nello Hindu Kush. Palermo: Sellerio, 2010, 480 p. - ISBN 9788838924873.

Dele se diz:
Questo libro è il frutto di una straordinaria ricerca iniziata più di 30 anni fa fra i Kalasha, una piccola popolazione del Pakistan che, oltre che per l’etnografia, presenta un interesse particolare anche per la storia delle religioni e per gli studi di indoeuropeistica. Essa ci offre infatti l'unico esempio oggi esistente di religione praticata da un popolo di lingua indoeuropea che non si sia lasciata assorbire da uno dei grandi sistemi religiosi storici – Induismo, Buddismo, Zoroastrismo, Cristianesimo, Islam. Sono in tutto solo poche migliaia e vivono tra i monti del nord-ovest del Pakistan lungo il confine afghano ad altitudini che sfiorano i 2.000 metri. La ricerca sul campo si è focalizzata in particolare sul ciclo festivo invernale. Il grandioso complesso festivo del solstizio d’inverno – il Chaumos – costituisce il fulcro del sistema rituale Kalasha e racchiude in sé gli ideali a cui si ispira l’intera cultura. In secondo luogo – una prospettiva che abbiamo voluto esprimere con l’ossimoro che abbiamo scelto per titolo – può forse aiutarci a comprendere meglio dove affondino le radici pre-cristiane delle nostre “feste di dicembre”; è infatti opinione largamente condivisa che le festività cristiane incentrate sul Natale si siano sovrapposte a cicli festivi pagani – celtici, germanici, slavi, italici – che celebravano il solstizio d'inverno. “Le origini di questa ricerca – racconta l’Autore – rimontano ormai a più di trent’anni fa quando, poco più che ventenne, raggiunsi via terra il Pakistan nord-occidentale per la mia prima ricerca sul campo fra i Kalasha.


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